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LA RAGAZZA NELLA FOTO

luglio 2012

Il suo nome è Antonella Mentasti, è architetto e lavora con COOPI nel Sud Etiopia.
Antonella ha scelto di NON FREGARSENE.

Lo scrittore Gianni Biondillo l’ha incontrata l’11 giugno scorso a Negelle, nella Regione di Oromia.
Ecco il suo racconto, pubblicato sul blog di Io Donna.

Negelle si trova al confine sud dell’Oromia, una regione dell’Etiopia dove convivono da secoli senza alcun problema cristiani ortodossi e musulmani. [...]
Sono con …Antonella, in viaggio verso sud. Non facciamo altro che viaggiare su questi enormi fuoristrada, passo la maggior parte del mio tempo seduto, alla fine la cosa risulta molto più faticoso di quanto immaginassi.
Antonella è della provincia di Como, ed è un architetto, come me. La profezia di Bruno Zevi pare si sia avverata: siamo dappetutto, facciamo qualunque cosa. Tranne fare gli architetti, ma questa è un’altra storia. Ad un certo punto della sua vita ha capito che di restare ad elemosinare un rimborso spese in uno studio di schiavisti non era la sua idea di progettazione e si è perciò dedicata alla cooperazione internazionale. Ha iniziato con MSF, dove ha conosciuto suo marito, un ingegnere Amhara, Estifanos, che anche lui lavora per la cooperazione; oggi non con lei, purtroppo: in questi giorni sta seguendo un progetto in Mauritania (menomale che esiste skype, vien da dire);. Ora Antonella lavora con Coopi, qui a Negelle, dove sta seguendo un progetto che si occupa di tre A: acqua, agricoltura, animali.
Ci racconta dei pozzi. Quelli tradizionali, che pompano energia grazie al generatore elettrico alimentato dalla benzina, e quelli ad energia solare, dapprima poco amati dagli abitanti del posto che non ne conoscevano la potenzialita’ e poi sempre piu’ apprezzati, da quando la benzina ha subito un aumento vertiginoso dei prezzi.

Negelle, Oromia, Sud Etiopia (Alessandro Gandolfi / Parallelozero)

Superiamo il ponte sul Dawa River ed entriamo nella regione somala. Qui sono in maggioranza musulmani e me ne accorgo subito dagli abiti. Non so spiegarlo, ma i musulmani mi sembrano sempre piu’ eleganti, anche quando vanno in giro vestiti di stracci. Le donne portano veli colorati sul capo, gli uomini curiose gonne a tubo tipo il sarong indonesiano. Ci fermiamo nell’ennesimo locale da viandanti – ormai potrei farne una guida! – e mangiano riso e carne bollita. Niente alcolici, ovviamente, ma a chiusura del pasto ci offrono un’infuso di erbe – tè, cardamomo ed altro – col latte di cammello affumicato. Una vera delizia.
Riprendiamo il viaggio. Quella che andiamo a trovare, mi spega Antonella, è una comunità agropastorale. Cioè una comunità di pastori nomadi che nel tempo è diventata stanziale ma che non conosce ancora e per davvero le tecniche agricole. La carestia dello scorso anno è stata devastante per questa regione. Le riserve di semi che si erano conservati o non hanno attecchito nel terreno arso oppure se li sono mangiati loro, per fame. Non hanno piu’ nulla, insomma. Coopi cerca di insegnare loro le tecniche agricole piu’ idonee e li fornisce di sementi per il foraggio dei loro armenti.
Arrivati al villaggio di Dirir ci rendiamo conto che siamo forse i primi bianchi che vedono da decenni. I bambini non ne hanno mai visto uno, ci guardano come se fossimo degli alieni. Si raggruppano per farsi coraggio e si avvicinano a me e Alessandro (Antonella e Roberto sono dentro una capanna a fare una riunione coi maggiorenti del villaggio), ma appena ci avviciniamo scappano spaventatissimi. E’ diventato una specie di gioco. Fingiamo indifferenza, passeggiamo mani dietro la schiena e poi all’improvviso corriamo verso il nugolo di pargoli che fugge urlando di terrore e di divertimento.
Poi ci accorgiamo di una cosa curiosa: sul tetto di una baracca di legno, una specie di piccolo emporio di neppure sei metri quadrati, c’è un piccolo pannello solare, non piu’ grande di una spanna. Cos’è? Entriamo, curiosi. Parlando a gesti (l’inglese qui non serve a molto) scopriamo che il proprietario, Mohammed, col pannellino fotovoltaico ci carica la batteria del cellulare. Un genio!

Negelle, Oromia, Sud Etiopia (Alessandro Gandolfi / Parallelozero)

Piu’ in là un aratro trainato da due buoi, come nel nostro piu’ profondo medioevo, smuove le zolle di terra. Loro ci stanno provando a resistere contro la siccità, con fatica. Fra le risate fatte coi bambini e i saluti affettuosi con i ragazzi di Dirir, ce ne andiamo un po’ tristi. Questa gente vive bevendo l’acqua del fiume, fangosa quando c’è la stagione delle pioggie e piena di urina e sterco di animali quando è in secca. Ma sono cordiali, educati ed hanno figli bellissimi. Meritano di piu’ dalla vita, penso, tornando a Negelle.
Antonella vuole serbarci l’ultima sorpresa. Dopo cena ci porta in una strada sterrata del paese, dove i ragazzi del borgo avito passano il loro sabato sera del villaggio. Entriamo all’Hooteela Fireshial, un disco pub con la musica a palla, e balliamo come degli studenti in gita scolastica assieme ai ragazzi che si sono fatti attorno a noi. Mi ci voleva pure Negelle by night, chi l’avrebbe mai detto! Chi glielo spiega poi a mia moglie?

E tu, TE NE FREGHI? Fai sentire la tua voce.

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